Gli Stati Uniti terranno domani le elezioni di metà mandato, in un clima politico teso e fortemente polarizzato. Gli elettori rinnoveranno l’intera Camera dei rappresentanti, un terzo del Senato e 36 governatorati, scegliendo inoltre centinaia di sindaci e migliaia di funzionari statali e locali. Si terranno complessivamente 145 referendum su vari temi.
Più di 50 milioni di americani hanno già votato per posta, tra cui il presidente Donald Trump e Papa Leone XIV. Le proiezioni indicano solide prospettive per l’opposizione democratica, che potrebbe ottenere la maggioranza più ampia alla Camera dal 2009, sostenuta dagli elettori ispanici.
I sondaggi indicano che è probabile che i repubblicani perdano la maggioranza alla Camera e che anche il loro attuale vantaggio al Senato possa essere messo in discussione. Un simile risultato indebolirebbe significativamente Trump negli ultimi due anni del suo mandato, limitando la sua capacità di approvare leggi, negoziare i bilanci, effettuare nomine e portare avanti la propria agenda politica.
Le elezioni sono diventate un referendum sullo stesso Trump e sul trumpismo. Trump ha esortato gli elettori a sostenerlo, anche se il suo nome non compare sulle schede. I Democratici hanno concentrato la loro campagna su quelle che descrivono come politiche caotiche, corruzione, nepotismo e inflazione, nonché sulle conseguenze della decisione del presidente di entrare in guerra con l’Iran, incoraggiato da Benjamin Netanyahu, da cui ha avuto difficoltà a ritirarsi.
Le elezioni di metà mandato rappresentano quindi una valutazione dell’operato del presidente e del suo movimento. I democratici competono non solo negli Stati in cui la gara è serrata, ma anche in aree vinte nettamente da Trump nel 2024. Se conquistassero la Camera, potrebbero bloccare o modificare le leggi, avviare indagini e aumentare il controllo sull’amministrazione. Un Senato democratico darebbe loro maggiore influenza sulle nomine e sulle trattative presidenziali.
Tuttavia, una vittoria elettorale richiederebbe anche ai democratici di trasformare la frustrazione dell’opinione pubblica in alternative concrete. Altrimenti, potrebbero beneficiare dell’opposizione a Trump senza ricostruire una fiducia duratura nella propria leadership. La questione centrale è se il malcontento nei confronti del presidente produrrà una partecipazione democratica sostenuta o se i repubblicani riusciranno a mobilitare sostenitori meno motivati. I democratici hanno motivi per essere ottimisti, ma nessuna vittoria garantita.
Il tasso di approvazione di Trump è inferiore al 40% e da mesi il presidente mette in dubbio il sistema elettorale. Ha ripetutamente suggerito che si verificheranno frodi se i repubblicani perderanno e ha dichiarato che accetterà il risultato solo se le elezioni saranno “oneste”. Ha inoltre fatto pressione sui funzionari coinvolti nella certificazione dei risultati, usato l’apparato federale per intimidire gli Stati e limitato l’accesso al voto con la giustificazione di verificare la cittadinanza.
L’accettazione dei risultati, la trasparenza del processo e la responsabilità dimostrata dai candidati saranno importanti quanto la distribuzione del potere politico. Gli elettori dovranno vedere che la loro partecipazione ha conseguenze e che le regole vengono rispettate, anche da chi perde.
Se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso, Trump avrà una strada chiara per portare avanti la propria agenda e rafforzare la sua influenza sulle istituzioni, presentando il risultato come una prova del fatto che gli americani hanno scelto il “buon senso” invece del “nemico interno”. Se vinceranno i democratici, come suggeriscono i sondaggi, è probabile che Trump denunci una frode, intensifichi la polarizzazione tra i suoi sostenitori e indebolisca ulteriormente la fiducia nel sistema elettorale. Gli Stati Uniti non sceglieranno domani il loro presidente, ma determineranno il futuro di Trump e del trumpismo.
Fonti: La Vanguardia.