Il 1º maggio 1965, durante le celebrazioni ufficiali della Festa dei lavoratori a Tbilisi, il monaco georgiano Gabriel Urgebadze diede fuoco a una bandiera con il volto di Vladimir Lenin. Vestito di nero, salì su un balcone, cosparse la bandiera di cherosene e le diede fuoco mentre parate militari, cortei del Partito Comunista e grandi ritratti dei leader sovietici riempivano il centro della città.

Secondo il racconto, Urgebadze gridò che la gloria apparteneva non a un uomo morto, ma a Gesù Cristo. La folla lo picchiò prima che fosse arrestato dal KGB. Le autorità considerarono l’atto qualcosa di più di un vandalismo: fu trattato come una sfida ideologica e istituzionale allo Stato sovietico, compiuta da un membro della Chiesa.

Invece di giustiziarlo e rischiare di trasformarlo in un martire politico, le autorità lo inviarono in un ospedale psichiatrico di detenzione. Gli fu diagnosticata una “psicopatia profonda” e una malattia mentale e, secondo quanto riferito, vi trascorse sette mesi sottoposto ad abusi fisici, somministrazione forzata di farmaci e grave isolamento. Alla fine fu rilasciato dopo le pressioni della comunità locale e perché i funzionari conclusero che non rappresentava un rischio di ribellione armata, ma fu escluso dalla normale vita comunitaria.

Dopo aver perso il suo incarico nella Chiesa e aver affrontato una diffidenza diffusa, Urgebadze assunse il ruolo noto nella tradizione ortodossa come quello del “folle per Cristo”. Si presentava con abiti strappati, talvolta a piedi nudi durante i rigidi inverni georgiani, e portava per le strade un barattolo di vetro rotto. Parlava inoltre per parabole, lasciando molti ascoltatori incerti su come interpretare le sue parole.

Il regime sovietico gli impedì di frequentare o costruire chiese, così ne edificò una nel cortile della casa di sua madre usando pietre e materiali di scarto raccolti per le strade di Tbilisi. Le autorità la distrussero diverse volte, ma Urgebadze la ricostruì ogni volta. In seguito visse nel convento di Santa Cristina, collegato al monastero di Samtavro nella storica città di Mtskheta, dove il suo alloggio era un ex pollaio ristrutturato.

Con l’indebolimento e il crollo dell’Unione Sovietica, l’atteggiamento nei confronti di Urgebadze cambiò. Durante gli anni Ottanta e Novanta, migliaia di fedeli si rivolsero a lui per ricevere guida spirituale, preghiera e guarigione. Gli venivano attribuiti poteri profetici, chiaroveggenti e taumaturgici, e tra i suoi visitatori c’erano sia mendicanti sia ex funzionari comunisti che un tempo lo avevano perseguitato.

Urgebadze morì di idrope, un accumulo anomalo di liquidi nei tessuti o nelle cavità del corpo, il 2 novembre 1995. Il 20 dicembre 2012, la Chiesa ortodossa georgiana lo canonizzò come Santo Padre Gabriel, confessore e folle per Cristo, noto anche come San Gabriel di Georgia.

Il 22 febbraio 2014, i suoi resti furono riesumati a Mtskheta. Prima di essere deposti in una cripta speciale nel monastero di Samtavro, furono esposti in quattro importanti cattedrali ortodosse in tutta la Georgia, attirando migliaia di pellegrini. Le sue fotografie si trovano oggi in chiese ortodosse e cattoliche di tutto il mondo, riflettendo la trasformazione di un uomo definito malato mentale dalle autorità sovietiche in uno dei santi più venerati della Georgia.

Fonti: CNN Brasil.